Un fenomeno di lunga durata

in "L’emigrazione", catalogo fotografico di Paola Corti, Firenze, editori riuniti, 1999.

I movimenti migratori non appartengono soltanto all’età industriale, ma costituiscono un elemento presente in tutte le società preindustriali, non esclusa quella italiana, caratterizzata da radicati fenomeni di mobilità territoriale. Se è vero, infatti, che tra il 1860 e il 1973 sono emigrati dall’Italia circa ventiquattro milioni di persone – un terzo delle quali si è stabilito definitivamente all’estero – è anche vero che il 1860 non è stata la data d’avvio dell’esodo nazionale. Gli Stati italiani dell’ancien régime erano attraversati da numerose migrazioni che, con un epicentro situato spesso nelle aree montane, si saldavano ai più vasti sistemi migratori esistenti al di là delle Alpi, nelle aree del Mediterraneo, nelle più lontane sedi nordeuropee. L’apertura delle rotte transoceaniche nell’ultimo scorcio dell’Ottocento e la forte richiesta di lavoro da parte dell’America ampliarono il raggio geografico di questi cammini. La “febbre migratoria” si propagò allora nelle campagne. Per i ceti popolari l’America diventò la destinazione più ambita. Resa ancora più appetibile dall’opera di agenti, mediatori e rappresentanti delle società di navigazione, favoleggiata dai racconti di compaesani e parenti arricchitisi al di là dell’Oceano, diventa il mitico luogo-simbolo del successo.
Fenomeni concomitanti hanno contribuito allo sviluppo della “grande emigrazione” tardo ottocentesca, l’esodo nazionale più celebrato dalla storiografia, reso assai noto dalle pagine di una folta letteratura colta e popolare e illustrato attraverso l’iconografia: la crisi economica e demografica iniziata nei sistemi produttivi montani e allargatasi successivamente alle pianure, la pressione fiscale, le scelte politiche dettate dalla strategia dell’industrializzazione, il correlato declino dei lavoratori artigiani e manifatturieri, la grave crisi agraria prodotta dalla concorrenza russa e americana. Nella realtà economica italiana, dominata dall’eccessiva parcellizzazione fondiaria e dalla precarietà dei rapporti di lavoro di vaste fasce della popolazione rurale, l’emigrazione appariva l’unica forma di sopravvivenza e riscatto sociale; ma non furono soltanto i contadini ad andarsene, bensì anche piccoli proprietari e artigiani indotti alla partenza dalle prospettive di un miglioramento economico da realizzarsi dopo il ritorno in patria. La “grande emigrazione” si configurò come un movimento di tipo temporaneo, con una forte propensione per il ritorno e fu caratterizzata da un alto tasso di mascolinità anziché dalla presenza di nuclei familiari orientati all’abbandono definitivo del proprio paese. Il movimento raggiunse il suo apice nel primo quindicennio del Novecento, il contingente fornito alla fine dell’Ottocento si raddoppiò e toccò anche punte di quasi un milione di partenze annue, per attestarsi poi sulla media di oltre mezzo milione di espatri all’anno. Dopo l’inevitabile blocco provocato dalla prima guerra mondiale, nel solo biennio 1919-20 si registrarono in Italia circa novecentomila emigrati, in concomitanza con le esigenze della ricostruzione e con la ripresa dell’attività economica da parte degli uomini che erano ritornati dal fronte. Negli anni Venti, tuttavia, i valori medi si attestarono su cifre più ridotte: circa duecento-trecentomila espatri all’anno. Nel periodo tra le due guerre, poi, in linea con le scelte demografiche del regime fascista, e in assoluta sintonia con una normativa internazionale protezionistica nei confronti delle migrazioni, gli espatri furono ancora più contenuti rispetto all’impennata postbellica: dopo il 1930 le partenze si ridussero a cifre al di sotto delle centomila. In questi anni anche le donne contribuirono al totale degli espatri con il 63% e con il 77,5% tra il 1936 e il 1940. Fu proprio in questo periodo che si registrò la maggiore stabilizzazione delle famiglie all’estero. Quanto all’apporto territoriale all’espatrio nazionale, va detto che le prime correnti migratorie furono quelle settentrionali. Nei cento anni di emigrazione la regione che ha fornito il più elevato contingente di emigranti – oltre tre milioni – è stato il Veneto, seguito da due regioni meridionali: la Campania e la Sicilia. Alcune regioni hanno avuto un ruolo più marginale come la Sardegna e la Puglia e le aree centrali: il Lazio, l’Emilia Romagna, la Toscana. Nella stessa Italia centrale, infine, altre aree regionali – l’Umbria e le Marche – coinvolte sensibilmente nel fenomeno solo alla vigilia del primo conflitto mondiale, conquistarono in seguito posizioni di grande rilievo nel movimento complessivo al di là delle frontiere.
Nei percorsi degli italiani all’estero si possono osservare alcune vocazioni territoriali ben definite; mentre le mete privilegiate dagli emigranti provenienti dalle regioni settentrionali furono per lo più quelle europee, quelle preferite dai meridionali furono sicuramente le rotte transoceaniche. Nella specializzazione regionale delle destinazioni dei flussi migratori contribuirono in una certa misura la collocazione geografica, il costo dei trasporti, la facilità di accedere ai più grandi porti d’imbarco. Nell’orientare i flussi di popolazione furono decisivi i rapporti stabiliti a distanza attraverso precedenti pratiche migratorie e le informazioni- scambi di notizie che innescarono i meccanismi di richiamo e di collegamento interpersonale tra gli emigranti. Le “catene migratorie” – che servivano a questi ultimi per ottenere da quanti si trovavano già all’estero le informazioni necessarie a risolvere i problemi di trasporto, dell’alloggio e del lavoro – attirarono gli emigranti nelle sedi dove esistevano precedenti insediamenti di connazionali. Molte di queste catene si sostenevano sui legami regionali e di campanile, su relazioni di parentela, e spesso si cementavano su quei rapporti professionali e di mestiere che erano stati alla base di una consolidata tradizione di mobilità territoriale. Furono questi meccanismi che permisero agli emigranti di raggiungere i mercati del lavoro, di conoscere le opportunità che sul piano normativo venivano promulgate dai vari paesi in materia di immigrazione e di insediarsi, talora con minori difficoltà, sia nelle più vicine e affini realtà europee che nelle più remote ed estranee sedi americane.
L’inserimento degli italiani all’estero si presenta molto articolato, rivela sfumature distinte a seconda delle sedi di destinazione prescelti. In Francia, dopo i primi tragici scontri xenofobi, le affinità linguistiche e culturali, la penetrazione degli italiani all’interno dell’organizzazione sindacale e politica, le relazioni internazionali delle organizzazioni politiche e sindacali italiane, hanno impedito la formazione di comunità ben “visibili” e distanziate dagli autoctoni. L’inserimento degli italiani avvenne qui attraverso un costante ripetersi di flussi migratori che avevano come destinazione le occupazioni stagionali nelle attività agricole e nell’edilizia o i più stabili lavori nelle miniere e nelle fabbriche. Autentiche comunità italiane costituirono invece il tratto peculiare delle immigrazioni nelle grandi metropoli degli Stati Uniti. Gli immigrati si incanalarono nel lavoro temporaneo e nelle maglie del padrone-system: il noto sistema di ingaggio-sfruttamento da parte i altri connazionali che li conduceva verso la manovalanza generica nelle opere di viabilità, nelle costruzioni di ferrovie, nelle miniere e nelle fabbriche. Solo dopo la chiusura delle frontiere del 1924 la maggiore apertura dimostrata dai singoli americani nei confronti dei lavoratori stranieri permise un primo affrancamento dai vincoli del padrone-system e una più normale penetrazione degli italiani nella vita economica, politica e sindacale locale. Una penetrazione che non eliminò comunque le reiterate campagne anti-italiane, né tanto meno la vergogna di processi ed esecuzioni di stampo politico, come quelli che portarono all’uccisione di Sacco e Vanzetti nel 1927. Il processo di stabilizzazione attraverso i ricongiungimenti familiari portò alla nascita di numerose comunità italiane in varie città americane. A differenza della Francia, l’insediamento si realizzò soprattutto nelle little Italies, quei villaggi urbani di riaggregazione “etnica” degli italiani nelle strutture della socialità paesana e popolare. La colonizzazione agricola italiana interessò invece soprattutto due paesi: il Brasile e l’Argentina. In Brasile si possono individuare due correnti dirette verso il lavoro agricolo. La prima riguarda le grandi piantagioni di caffè dello stato di San Paolo: le famiglie contadine attratte nelle grandi fazendas con il miraggio della proprietà fondiaria, ottennero un rapporto di lavoro non distante da quello che avevano lasciato in patria, così molti decisero di abbandonare le terre e raggiunsero il grande centro industriale di san Paolo. La seconda corrente interessa il meridione del Brasile, dove, la colonizzazione avviata nel corso degli anni Settanta, portò invece allo sviluppo delle proprietà contadine e alla formazione di colonie di popolamento stabile. In Argentina furono le sterminate distese delle pampas ad attrarre i coloni e qui si svilupparono alcune importanti attività nel settore agricolo, come la viticoltura, e una diffusa rete di attività imprenditoriali gestite da immigrati. Questo portò inoltre alla nascita di associazioni e alla formazione di importanti élite politiche.
Nel delineare il processo di insediamento degli italiani all’estero non si può dimenticare il ruolo fondamentale delle donne. Innanzitutto per la forte componente maschile dell’emigrazione italiana le donne diventarono, nelle aree di maggiore spopolamento, gli unici sostegni della vita domestica e sociale. Esse garantirono così la conservazione dell’unità economica familiare e consentirono la realizzazione dei prevalenti progetti di “ritorno” degli emigranti. Le donne diedero inoltre un consistente contributo all’esodo stagionale e temporaneo al di là delle frontiere. Esse furono anche un elemento indispensabile per far funzionare i più noti meccanismi di insediamento delle correnti professionali maschili. In queste prime esperienze le donne già residenti all’estero con il nucleo familiare costituirono il punto di riferimento per i connazionali che emigravano senza famiglia in quanto sostennero l’economia delle boarding-houses. La crescente presenza femminile fra i nuclei di immigrati italiani all’estero, infine, fu il fenomeno che contribuì alla stabilizzazione familiare e al definitivo insediamento delle comunità nei nuovi luoghi di residenza.
Anche la nascita di una identità nazionale si deve al fenomeno migratorio. La forte notorietà della cultura italiana del periodo rinascimentale tra le classi sociali colte di vari paesi stranieri permetteva infatti l’identificazione nazionale dell’italiano ancor prima che si realizzasse l’unificazione politica del nostro paese. Per gli emigranti, invece, la prima rappresentazione di sé coincideva spesso con il confine municipale del proprio paese d’origine, rimandava poi ai confini della regione di appartenenza e solo in ultima istanza chiamava in causa le più astratte frontiere dello Stato-Nazione. Con l’affermazione della società di massa, ancor più degli avvenimenti politici e diplomatici che esaltavano la potenza italiana, le radici delle comunità immigrate furono cementare attorno ai miti che si affermavano nelle popolari manifestazioni agonistiche e nel mondo dello spettacolo. Proprio la forte propaganda promossa con le varie manifestazioni all’estero e soprattutto la proliferazione delle epiche imprese di quegli “eroi” nazionali che si andavano ad aggiungere ad altri idoli dello spettacolo di straordinaria notorietà, da Rodolfo Valentino a Primo Carnera, offrivano agli immigrati uno strumento di autorappresentazione quotidiana e una forma di gratificazione nel sentirsi italiano.
L’emigrazione da un punto di vista legislativo vede la politica dello Stato italiano oscillare tra un’iniziale controllo poliziesco e il varo, all’inizio del Novecento, di una normativa di tutela degli emigranti. Interventi che portarono persino alla costituzione di un apposito organo: il Commissariato generale dell’emigrazione. Questa legislazione si mostrò assai debole soprattutto in materia di assistenza. Tanto è vero che le carenze delle istituzioni ufficiali furono in gran parte sopperite dall’intervento di organismi religiosi e laici e, più tardivamente, dall’opera di sindacati e partiti. L’esperienza fascista mutò l’intervento dello Stato nei confronti dell’emigrazione. Le iniziative intraprese dal regime puntarono a cancellare l’”infamia” dell’emigrazione e dello spopolamento nazionale attraverso un mutamento di tipo semantico, ancor prima che giuridico, della normativa adottata. Sul piano lessicale al poco decoroso “emigrante” del passato fu sostituito il più accettabile “italiano all’estero”; mentre su quello istituzionale il Commissariato generale dell’emigrazione fu soppiantato da una Direzione generale degli italiani all’estero che mirava più al decoro nazionale che alla soluzione delle numerose questioni riguardanti la vita degli emigranti. Nel quadro postbellico le esigenze della ricostruzione e la correlata ripresa di una legislazione internazionale liberistica cambiarono nuovamente le precedenti direttive delle politiche migratorie. Anche per far fronte all’accesa conflittualità esplosa nell’Italia del dopo guerra, i primi governi democristiani favorirono la ripresa degli espatri, stipulando diversi trattati economici con alcuni Stati. Tra il 1973 e 1975 si concluse la lunga storia dell’esodo nazionale. Dopo quasi un quindicennio dalla fine dei suoi espatri di massa e in un concerto europeo nel quale gli Stati più industrializzati avevano chiuso di nuovo le porte all’immigrazione, l’Italia si è trovata ad assumere l’opposto ruolo di paese di accoglienza di stranieri. A partire da questi anni la storia dell’emigrazione si può ripercorrere attraverso i contatti e gli scambi con le nuove generazioni degli immigrati che si sono stabiliti nei vari paesi d’arrivo.